La Japan Pearl Exporters’ Association (JPEA) è molto più di un’associazione di categoria. In Giappone è il riferimento assoluto per chi opera nel meraviglioso mondo delle perle coltivate. La sede istituzionale è a Kobe, l’equivalente della silicon valley per le aziende del settore, città internazionale, aperta dal 1800 al mondo occidentale e soprattutto agli italiani. Fino al 1998 il Governo giapponese si era occupato di certificare direttamente la qualità delle perle esportate, attività in seguito preservata grazie all’intervento di alcune organizzazioni di coltivatori, tra cui la JPEA, che si sono attrezzati per mantenere i livelli di qualità elevati.
La selezione è durissima e solo il 5% delle perle coltivate è considerata di alta qualità (hanadama), mentre il 28% è classificato come commerciabile, il 17% non idoneo al mercato, per il 5% il processo non va oltre la fase di innesto e, infine, per la restante parte la scelta si ferma molto prima, a causa di eventi che colpiscono le ostriche perlifere, come le maree rosse, i tifoni o i predatori marini. I criteri di valutazione sono codificati e racchiusi in un testo del 2014 della Japan Pearl Promotion Society, denominato “Pearl Standard”, custodito come una reliquia da ciascun associato, opponibile erga omnes in caso di dispute o, più semplicemente, consultabile per ogni curiosità.
JPEA, unico riferimento mondiale per le perle giapponesi
La selezione è durissima e solo il 5% delle perle coltivate è considerata di alta qualità
I criteri di valutazione sono codificati e racchiusi in un testo del 2014 della Japan Pearl Promotion Society, denominato “Pearl Standard”, custodito come reliquia da ciascun associato

Nonostante l’enorme considerazione per le perle coltivate, il ‘codice delle perle’ avverte che solo quelle naturali possono essere definite vere (“true”) e ciò per evitare fraintendimenti (articolo 2.1.1), mentre, parlando di perle coltivate, è preferibile specificare il tipo di ostrica da cui provengono, come, ad esempio, Akoya, Shirocho o Kurocho. Le prime sono considerate le migliori qualitativamente e hanno dimensioni che variano dai 3 ai 9 millimetri, anche se c’è una preferenza a realizzare misure tendenti ai valori più alti della scala, probabilmente per massimizzare l’enorme investimento iniziale. La qualità si misura in base alla lucentezza, che non deve essere influenzata dall’accumulo di strati prismatici o di sostanze organiche.
La madreperla, inoltre, deve essere uniforme e liscia. Le imperfezioni sono tollerate, ma non devono essere così evidenti da danneggiare la struttura generale della perla (articolo 4.2.3). Non mancano, in conclusione, indicazioni sulla cura delle perle, una volta acquistate dal consumatore finale. Le raccomandazioni prescrivono di non applicare cosmetici e profumi prima di indossare le perle e di riporle in un panno morbido dopo l’utilizzo. Quando non vengono messe per lunghi periodi, devono essere regolarmente asciugate e custodite in maniera separata dagli altri gioielli, per evitare che possano danneggiarsi dal contato con metalli od oggetti appuntiti (articolo 6).
PEARL STANDARD / Japan Pearl Promotion Society
Si parte dalle definizioni di carattere generale sulla natura delle perle, classificate come “metaboliti presenti nei molluschi vivi” (articolo 1), distinguendo, poi, tra perle naturali e coltivate, queste ultime, peraltro, ugualmente considerate ‘naturali’, secondo l’insegnamento di Mikimoto, per il quale la differenza consiste solo per il modo, spontaneo o meno, con il quale inizia il processo. C’è pure un paragrafo sulle perle d’imitazione (o artificiali), che nulla hanno a che vedere con quelle che superano la spietata selezione nelle acque di Ise e infatti non sono generate dalle ostriche, ma prodotte in fabbrica per replicare l’aspetto, il colore e le altre caratteristiche delle perle naturali o coltivate (articolo 1.3).